Vitamina D in inverno: perché tende a diminuire e quando controllarla

vitamina D inverno

Durante i mesi invernali, i livelli di vitamina D possono diminuire a causa della minore esposizione alla luce solare. Le giornate più corte, il tempo trascorso negli ambienti chiusi e la ridotta intensità dei raggi ultravioletti contribuiscono a limitare la produzione di questa vitamina da parte dell’organismo.

La vitamina D è essenziale per la salute delle ossa e il corretto funzionamento dei muscoli, ma una sua riduzione stagionale non significa necessariamente sviluppare una carenza. Anche l’alimentazione svolge un ruolo nel mantenimento di un adeguato apporto di nutrienti, come approfondito nell’articolo dedicato all’importanza di conoscere ciò che mangiamo.

Capire perché i livelli possono abbassarsi, quali persone sono maggiormente a rischio e quando è opportuno effettuare un controllo permette di adottare comportamenti preventivi appropriati, evitando esami non necessari e integrazioni fai-da-te.

Perché la vitamina D tende a diminuire in inverno?

La vitamina D tende a diminuire in inverno perché la pelle riceve una quantità inferiore di radiazioni UVB, necessarie alla sua produzione. Questo fenomeno dipende soprattutto dalla posizione del sole sull’orizzonte e dalla minore esposizione solare tipica dei mesi freddi.

L’organismo produce gran parte della vitamina D attraverso un processo che avviene nella pelle quando viene esposta ai raggi ultravioletti di tipo B (UVB). La vitamina viene successivamente trasformata dal fegato e dai reni nelle forme necessarie al suo utilizzo.

Durante l’inverno intervengono diversi fattori che possono ridurre questa produzione:

  • Giornate più corte: diminuiscono le ore disponibili per l’esposizione alla luce naturale.
  • Minore intensità dei raggi UVB: alle latitudini italiane, soprattutto nel Nord Italia, l’inclinazione del sole riduce la quantità di radiazione UVB utile alla sintesi cutanea.
  • Maggiore permanenza al chiuso: lavoro, studio e attività quotidiane si svolgono spesso in ambienti interni.
  • Abbigliamento più coprente: una superficie inferiore della pelle viene esposta alla luce solare.

È importante ricordare che la luce solare che attraversa i normali vetri delle finestre non permette una produzione significativa di vitamina D, poiché questi bloccano gran parte delle radiazioni UVB.

La diminuzione della sintesi cutanea non provoca però automaticamente una carenza. I livelli di vitamina D dipendono anche dalle riserve individuali, dall’alimentazione, dall’età e dalle condizioni generali di salute.

A cosa serve la vitamina D e cosa succede quando è troppo bassa?

La vitamina D contribuisce all’assorbimento intestinale di calcio e fosforo ed è fondamentale per il mantenimento di ossa sane. Una carenza significativa e prolungata può compromettere la mineralizzazione ossea e contribuire alla debolezza muscolare.

La sua funzione più conosciuta riguarda il metabolismo del calcio, indispensabile per la struttura e la resistenza dello scheletro.

Negli adulti, una carenza importante può favorire l’osteomalacia, una condizione caratterizzata da una mineralizzazione insufficiente delle ossa, che può provocare dolore osseo e debolezza muscolare.

Negli anziani, livelli inadeguati di vitamina D possono rappresentare un ulteriore elemento da considerare nella valutazione della salute muscolo-scheletrica, soprattutto in presenza di osteoporosi o aumentato rischio di fratture.

Quali sono i sintomi di una carenza di vitamina D?
Una carenza lieve può non provocare sintomi riconoscibili. Quando è più marcata, possono comparire manifestazioni come:

  • debolezza muscolare, soprattutto a livello dei muscoli prossimali;
  • dolori ossei diffusi;
  • difficoltà nello svolgimento di alcuni movimenti quotidiani;
  • maggiore fragilità dello scheletro nei casi di compromissione ossea.
    Sintomi come stanchezza, affaticamento o umore basso sono invece poco specifici e possono dipendere da numerose altre condizioni.

Per questo motivo, non è possibile diagnosticare una carenza di vitamina D basandosi soltanto sui sintomi.

La vitamina D è inoltre coinvolta in diversi processi biologici, compresi quelli che interessano il sistema immunitario. Tuttavia, questo non significa che assumere integratori prevenga automaticamente infezioni, malattie cardiovascolari o altre patologie.

Chi è più a rischio di carenza di vitamina D durante l’inverno?

Il rischio di carenza di vitamina D non è uguale per tutti. Alcune condizioni possono ridurne la produzione cutanea, limitarne l’assorbimento o modificarne il metabolismo, rendendo più importante una valutazione individuale.

Tra i principali fattori di rischio rientrano:

  • Età avanzata: con l’invecchiamento diminuisce la capacità della pelle di sintetizzare vitamina D.
  • Scarsa esposizione solare: persone che trascorrono quasi tutta la giornata al chiuso o hanno una mobilità ridotta.
  • Fototipo scuro: una maggiore quantità di melanina riduce l’efficienza della sintesi cutanea a parità di esposizione UVB.
  • Disturbi da malassorbimento: condizioni come la celiachia non controllata o alcune malattie infiammatorie intestinali possono compromettere l’assorbimento della vitamina D.
  • Obesità: può essere associata a concentrazioni circolanti inferiori di vitamina D.
  • Alcune patologie epatiche o renali: possono interferire con i processi di trasformazione della vitamina.
  • Determinati farmaci: alcune terapie possono modificare il metabolismo della vitamina D.
    Anche chi segue un’alimentazione con poche fonti di vitamina D può presentare un apporto insufficiente, soprattutto quando la produzione cutanea è limitata.

È però fondamentale distinguere la presenza di uno o più fattori di rischio dalla diagnosi di carenza. La necessità di eseguire esami o assumere integratori dipende dal quadro clinico complessivo, non soltanto dalla stagione.

Quando è opportuno controllare la vitamina D nel sangue?

Il controllo della vitamina D è indicato quando esistono sintomi, patologie o fattori di rischio che rendono necessario valutarne i livelli. Non è invece generalmente raccomandato effettuare l’esame ogni inverno nelle persone sane e prive di particolari condizioni cliniche.

L’esame utilizzato è il dosaggio della 25-idrossivitamina D, indicata anche come 25-OH vitamina D o 25(OH)D. Si effettua attraverso un prelievo di sangue e permette di valutare lo stato vitaminico dell’organismo.

Secondo l’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA), il dosaggio non dovrebbe essere utilizzato come screening generalizzato della popolazione, ma richiesto quando esistono specifiche indicazioni cliniche.
Agenzia Italiana del Farmaco+1

Tra le situazioni in cui il medico può ritenere opportuno effettuare il controllo rientrano:

  • sintomi persistenti compatibili con una carenza significativa, come dolori ossei, debolezza muscolare o cadute immotivate;
  • osteoporosi o altre patologie ossee che richiedono una valutazione del metabolismo minerale;
  • malattie che compromettono l’assorbimento intestinale dei nutrienti;
  • trattamenti prolungati con farmaci che interferiscono con il metabolismo della vitamina D;
  • alterazioni del metabolismo del calcio o del paratormone.

Come interpretare i valori della vitamina D?

I risultati vengono generalmente espressi in nanogrammi per millilitro (ng/mL) oppure in nanomoli per litro (nmol/L).

Non esiste tuttavia un valore ottimale universalmente applicabile a tutte le persone e a tutte le condizioni cliniche. Le soglie utilizzate possono variare in funzione delle raccomandazioni scientifiche e degli obiettivi della valutazione.

La Nota 96 di AIFA definisce criteri specifici per l’appropriatezza prescrittiva dei medicinali a base di vitamina D a carico del Servizio Sanitario Nazionale, ma tali criteri non devono essere interpretati come un’indicazione a effettuare controlli indiscriminati.

Un risultato di laboratorio deve quindi essere valutato dal medico considerando età, sintomi, eventuali patologie, terapie in corso e altri esami pertinenti.

Come mantenere livelli adeguati di vitamina D durante l’inverno?

Vitamina D alimentazione

Per mantenere un apporto adeguato di vitamina D è importante considerare alimentazione, condizioni individuali ed eventuali necessità di integrazione. Durante l’inverno, quando la sintesi cutanea diminuisce, questi aspetti possono assumere maggiore rilevanza.

Quali alimenti contengono vitamina D?

La vitamina D è naturalmente presente in un numero relativamente limitato di alimenti. Tra le principali fonti alimentari troviamo:

  • Pesci grassi, come salmone, sgombro, sardine e aringhe.
  • Tuorlo d’uovo, che contiene quantità variabili di vitamina D.
  • Alcuni funghi, soprattutto se esposti alla luce ultravioletta, che possono contenere vitamina D2.
  • Alimenti fortificati, come alcuni prodotti lattiero-caseari o bevande vegetali, quando arricchiti con vitamina D.

Un’alimentazione equilibrata contribuisce all’apporto vitaminico, ma non sempre è sufficiente a soddisfare il fabbisogno individuale, soprattutto in presenza di condizioni che riducono la sintesi o l’assorbimento.

È utile esporsi al sole durante l’inverno?

Trascorrere tempo all’aperto favorisce il benessere generale e l’attività fisica, ma non garantisce una produzione sufficiente di vitamina D durante i mesi invernali.

Alle latitudini del Nord Italia, per esempio, la disponibilità di raggi UVB può essere troppo limitata per consentire una sintesi cutanea significativa in determinati periodi dell’anno.

Non è quindi corretto suggerire esposizioni solari prolungate o prive di protezione per aumentare i livelli di vitamina D. La prevenzione dei danni cutanei provocati dalle radiazioni ultraviolette rimane importante in ogni stagione.

Integratori di vitamina D

Non tutte le persone devono assumere integratori di vitamina D durante l’inverno. L’eventuale supplementazione dipende dall’età, dalle condizioni cliniche, dall’apporto alimentare e dalla presenza di indicazioni specifiche.

Le linee guida dell’Endocrine Society del 2024 sconsigliano, negli adulti generalmente sani sotto i 75 anni, l’assunzione empirica di dosi superiori agli apporti nutrizionali raccomandati con il solo obiettivo di prevenire malattie. Individuano invece alcune categorie, tra cui gli adulti oltre i 75 anni, per le quali può essere utile una supplementazione preventiva, anche senza ricorrere sistematicamente al dosaggio ematico.

Le indicazioni devono comunque essere adattate alla situazione individuale e alle raccomandazioni cliniche applicabili.

Perché è importante evitare l’integrazione fai-da-te?

La vitamina D è liposolubile e può accumularsi nell’organismo. Assumerne quantità eccessive, soprattutto attraverso integratori o preparati farmacologici ad alto dosaggio, può provocare effetti indesiderati anche importanti.

Un eccesso di vitamina D può determinare ipercalcemia, cioè un aumento anomalo del calcio nel sangue.

Questa condizione può manifestarsi con nausea, vomito, debolezza, sete intensa e aumento della produzione di urina. Nei casi più gravi può provocare complicanze renali e altri disturbi.

Il rischio riguarda soprattutto l’assunzione impropria di integratori e medicinali, non il normale consumo di alimenti contenenti vitamina D.

È inoltre importante distinguere tre situazioni differenti: il raggiungimento dell’apporto nutrizionale raccomandato, la supplementazione preventiva in specifiche categorie e il trattamento di una carenza clinicamente rilevante. Non richiedono necessariamente gli stessi interventi.

L’AIFA richiama l’attenzione sull’uso appropriato dei preparati a base di vitamina D e sui rischi associati alla loro assunzione non corretta.

Per questo, prima di iniziare un’integrazione ad alto dosaggio o prolungarla nel tempo, è opportuno confrontarsi con il medico.

FAQ sulla vitamina D in inverno

La vitamina D diminuisce sempre durante l’inverno?

No. Durante l’inverno la produzione cutanea tende a ridursi, ma l’effettiva variazione dei livelli ematici dipende da diversi fattori, tra cui riserve individuali, alimentazione, età e condizioni di salute. Non tutte le persone sviluppano una carenza.


La stanchezza in inverno può dipendere dalla vitamina D bassa?

La stanchezza può essere presente in alcune persone con carenza di vitamina D, ma è un sintomo molto aspecifico. Può dipendere anche da disturbi del sonno, anemia, alterazioni tiroidee o numerose altre condizioni. Non è sufficiente, da sola, per diagnosticare una carenza.


Quando fare l’esame della vitamina D?

Il dosaggio della 25-OH vitamina D può essere indicato in presenza di sintomi suggestivi, determinate patologie ossee, malassorbimento o terapie che interferiscono con il metabolismo della vitamina. Non è generalmente raccomandato come esame annuale di routine nelle persone sane.


È possibile assumere vitamina D senza fare prima gli esami?

In alcune categorie di persone può essere indicata una supplementazione preventiva senza dosaggio preliminare. Questo non significa che chiunque debba assumere integratori: la scelta dipende dall’età, dai fattori di rischio e dalle raccomandazioni cliniche.


Quanto tempo serve per aumentare i livelli di vitamina D?

Non esiste una tempistica uguale per tutti. La risposta dipende dai livelli iniziali, dalla causa della carenza, dall’assorbimento e dall’eventuale trattamento. Quando necessario, il medico stabilisce anche se e quando ripetere il dosaggio.


La vitamina D aiuta a prevenire influenza e raffreddore?

La vitamina D partecipa al funzionamento del sistema immunitario, ma non è dimostrato che la sua supplementazione prevenga in modo affidabile influenza o raffreddore nella popolazione generale. Non deve quindi essere considerata un sostituto delle misure di prevenzione raccomandate.